Giovanni Leonardo di Bona, il Cavaliere Errante

l primo campione mondiale Nato a Cutro nel 1542, è stato per secoli il più rinomato e conosciuto scacchista, considerato fino alla fine dell’Ottocento il migliore di tutti i tempi. Girovagò per le corti dei principi italiani spingendosi in Spagna e Portogallo affrontando i più famosi campioni dell’epoca. Morì avvelenato per invidia all’età di 45 anni a Bisignano nel 1597, nella corte del Principe Sanseverino.

 

Dell’infanzia e dell’adolescenza di Giovanni Leonardo di Bona si sa poco o nulla. Sebbene non si conoscono il nome dei suoi genitori, doveva essere di buona e facoltosa famiglia tanto di potersi permettere di mantenere a studiare un figlio fuori di casa. Giovanni Fico nel suo “Notizie storiche della patria di S. Zosimo”, pubblicato nel 1760, narra che “al presente sono di Cutro alcuni celebri giureconsulti Giacinto, Domenico, e Niccolò Olivieri, Sigismondo, Giovanni Pietro, Antonio, e Niccolò de Bona, Giacinto, Domenico e Raimondo Raimondi, Giovanni Leonardo, e Giovanni Gregorio de Mayda, Giovanni Domenico Guarani, Giovanni Andrea Papasodero, Gregorio e Niccolò Morelli, Giovanni Batista, e Gregorio Piterà, e finalmente Giovanni Leonardo Bona nel giuoco degli scacchi, in grazia di cui vi è costante tradizione essere stato Cutro eretto in città da Filippo II, Re delle Spagne; e Fabio Bona morto in Roma nel corrente secolo in età d’anni cento, non inferiore a Giovanni Leonardo nel medesimo giuoco, e bene affetto alla felice memoria di Clemente XII”.

I nomi sono messi alla rinfusa dal Fico e non seguono un ordine cronologico. Vengono nominati ben quattro giureconsulti de Bona, ed è probabile che si tratti di parenti di Leonardo poiché egli fu mandato a studiare giurisprudenza a Roma sicuramente per continuare la tradizione di famiglia. La stessa presenza di Leonardo e di Fabio Bona, vissuto nel Settecento, prova che nell’elenco figurano personaggi di epoche diverse.

Le notizie sulla sua vita ci vengono fornite da Domenico Salvio in un libro sugli scacchi del 1634, la cui seconda parte è quasi interamente dedicata a lui, ad iniziare dal suo periodo romano.

Leonardo fu soprannominato “il Puttino” , come racconta Salvio, “laonde era in tanta eccellenza venuto, ch'ancor che giovanetto fusse, per eccellente che s'era in Roma, egli vinceva: & per essere egli di sì poca età, il nome di Puttino se le dava”. Più che agli studi giuridici, Leonardo si dedicava agli scacchi frequentando i circoli romani dove si faceva “conversatione”, secondo la terminologia dell’epoca, vale a dire si giocava per giornate intere, e lui era diventato il più bravo di tutti.

Domenico Salvio, anche egli un maestro scacchista, scriveva 50-60 anni dopo gli avvenimenti che narrava basandosi prevalentemente sulla tradizione orale raccogliendo aneddoti dai giocatori presso i quali era diventato un mito. È possibile che alcuni avvenimenti siano romanzati e risentono del vezzo esagerativo con cui vengono tramandati gli eventi memorabili per la mancanza di documentazione scritta.

Il libro si sofferma in particolare sulle imprese scacchistiche, mentre molto scarne sono le notizie sulla vita privata di Leonardo. Nelle sue pagine traspare la sua ammirazione per il grande Leonardo, e l’orgoglio di aver giocato alla pari con Paolo Boi o Bove, l’unico che abbia tenuto testa al Puttino. La fama del cutrese durò fino alla fine dell’Ottocento, ed il suo nome appare nei testi di tutti i trattatisti europei, nei quali si riportano in maniera più o meno estesa episodi della sua epopea scacchistica tratti dal libro di Salvio.

Il gioco degli scacchi è di origine indo-persiana ed è stato diffuso in Europa dagli arabi dopo la conquista della Persia. Secondo lo storico bizantino Duca, Tamerlano era un accanito giocatore di questo gioco, così come i sultani arabi, ed era molto diffuso e praticato tra i dignitari musulmani. Gli scacchi hanno avuto un rapido successo in Europa, prima diventando un elemento fondamentale della cultura cavalleresca e poi diffondendosi nelle principali corti italiane ed europee, in particolare in Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia e Russia. I migliori giocatori godevano di una stima immensa riuscendo ad accumulare prestigio, ricchezza e potere per le difficoltà del gioco che richiedeva grande concentrazione e abilità.

Nel Cinquecento si ebbe la definitiva consacrazione del gioco, e il centro più importante divenne Madrid, che era anche la capitale del più importante impero dell'epoca, dove vi erano circoli molto famosi e i migliori giocatori del mondo. Tra di essi eccelleva Ruy López, il quale nel 1561 aveva scritto il "Libro de la invención liberal y arte del juego de Axedrez", uno dei primi studi scientifici sull’argomento.

Gli scacchi rappresentavano una perfetta rappresentazione del modo di vivere “alla spagnolesca”, con la boria che considerava vile qualsiasi lavoro, e che considerava che alla nobiltà del sangue solo si convenga l'ozio fastoso. Ogni partita era un rito e rappresentavano una sfida che metteva a repentaglio l'onore. La posta in palio era sempre esorbitante: un segno di potenza e di orgoglio. Si giocava “all'ingrosso”, secondo l'espressione dell'epoca.

La scuola scacchistica del Vicereame di Napoli godeva di un indiscusso prestigio in tutto il mondo, tanto che il Puttino viene considerato come il primo campione mondiale di scacchi ufficialmente riconosciuto. Molti erano i giocatori di livello internazionale, il ricordato Paolo Boi, detto il Siracusano, Tomaso Caputo detto il Rosces e in seguito Gioacchino Greco, nativo di Celico, unanimemente riconosciuto come il migliore giocatore del Seicento e riportato nell’albo d’oro dei campioni mondiali.

Narra il Salvio: “avvenne che in tanto, che nella Corte del buon Re Filippo Secondo, vacò un beneficio di non poco momento, del che mosse Rui Lopes (detto il Clerico di Zafra) il primo giocator di Scacchi di quel tempo in tutta l'Europa, & huomo di molte belle lettere, venne in Roma, acciò quello potesse ottenere, e tra 'l mezzo ch'egli trattava havere il beneficio non potendo contenersi di non mostrar il suo valore, informatosi dove si teneva la conversatione di detto gioco, v'andò, & ivi conferitosi per alcuni giorni mostrò non saperne, alla fine scorgendo, che niuno arrivava al valore del buon Leonardo, con molto bel modo si pose a giocare con lui di pari, & essendo occorso molti belli giochi, e dall'una, e dall'altra parte, alla fine la sottigliezza del giovane, non poté all'esperienza del vecchio resistere: per lo che un tanto disgusto recò al buon Leonardo, che quasi non ardiva di rimirare a niuno dell'assenti, non restandosi altra speranza, che al seguente giorno forse vendetta farne potesse: il che al contrario succedé, d'onde aggiungendoli maggior scorno, partissi da Roma, & con uno suo zio senza dir nulla, il seguente giorno inviossi per la via di Napoli”.

A Napoli si dedica con accanimento allo studio degli scacchi fino ad arrivare ad una perfezione tale da essere convinto di poter vincere il suo rivale. Ma ottenuto dal Papa l’investitura vescovile, Rui Lopes era nel frattempo ritornato a Madrid.

Nel circolo napoletano Leonardo incontrò Paolo Boi, detto il Siracusano, con il quale iniziò una sfida che finì in parità. “Vedevasi nel Puttino fortezza di gioco, e tardanza a mutare i pezzi; in Paulo poi prestezza, e sottigliezza de' tratti. Alla fine dopo haver giocati molti giochi, essendo tardi restorno di pari honore, havendo hor l'uno, hor l'altro guadagnato, & hora impattato; il che diede al Principe, & a quell'altri giocatori gran gusto”, racconta il Salvio.

La rivincita prevista per il giorno seguente non ebbe luogo perché Leonardo aveva fretta di tornare a Cutro prima di intraprendere il viaggio verso Madrid dove intendeva sfidare Rui Lopez.

A Cutro l'attendeva una nuova avventura. “Ivi trattenuto per alcuni giorni, avvenne ch'alcune fuste de Corsari presero molti christiani per loro schiavi, e fra l'altri vi fu un fratello di detto Leonardo: ma alzandosi bandiera di riscatto v'andarno tutti quelli, ch'amici, o parenti v’haveano, e fra l'altri toccò anco a Leonardo d'andarvi, ritrovò per sua buona sorte il fratello nella Galea dove stava il Rais, col quale accordandosi per lo riscatto in duecento ducatoni: mentre l'altri trattavano i riscatti dell'altri, Leonardo pose gli occhi alla poppa della Galea, dove vi vidde un Scacchiero, alla cui vista oltre modo rallegrossi, credendo, con quella occasione farvi il fatto suo: il Rais vedendolo così fissamente rimirare lo Scacchiero, li disse s'egli s'intendeva di detto gioco, e dicendoli egli di si, replicò il Rais se voleva con esso lui giocare, & essendo d'accordo, si diede principio al gioco (andando cinquanta scudi per volta). Leonardo con molta facilità li guadagnò il riscatto del fratello, & anco duecento altri ducatoni, del che il Rais, che per eccellente giocatore tenevasi restò oltre modo meravigliato: ma via più dopo che Leonardo li mostrò alcune sue cose particolari: onde il Rais tosto li restituì il fratello, e li diede ancora docati duecento”.

Fu invitato a recarsi a Costantinopoli dove avrebbe avuto onori e ricchezza, ma egli rifiutò perché era ansioso di raggiungere Madrid.

“Ricusò Leonardo il partito del Turcho; onde tolto da quello licenza se ne ritornò alla sua casa con molta allegrezza,e contento: ivi pochi giorni dimorato con Giulio Cesare da Lanciano partissi per Spagna, ritornando per la volta di Napoli alla larga inviandose verso Genova, ivi fuori della sua opinione molti giorni dimorò”.

A Genova si trattenne qualche tempo giocando a scacchi con i migliori giocatori di quella città, tra cui un nobile di nome Giorgio di cui conobbe la figlia. “Venne il buon Leonardo in tanto ad invaghirsi di detta giovane, & ella di lui: per lo che vennero ad atto di promissione di matrimonio, come già fede se ne diedero: assicurando la giovane il buon Leonardo, che sdegnar non la potesse di parentado, con appontamento però dopo lo suo ritorno chiederla al padre, già che egli alla Corte doveva prima andare: per lo cui affetto vi lasciò Giulio Cesare suo creato, fingendo, ch'ammalato fusse, & uno de' creati di lei portò seco”.

Proseguendo il suo viaggio giunse a Barcellona dove “s'incontrò a giocare con Tomaso Caputo detto il Rosces eccellentissimo giocatore di Scacchi, il quale al pari fu vinto da Leonardo, ma dandoli pedona, e mano egli restò perditore: conoscendosi poi per Regnicoli ferma lega tra di loro, con ponersi giontamente in viaggio verso la Corte”. I due si unirono ad un altro famoso giocatore, Giovanni Rodriguez, e si avviarono verso Madrid.

“Arrivorno nella Corte prendendo alloggiamento di una signora nominata Donna Isabella conoscente del Rosces, per alcuni giorni si stero a spasso, ma informati dove stava la conversatione de' Scacchi, e ch'ivi Rui Lopes di continuo giocava: il giorno seguente andorno in detto loco, & a quel punto ritrovorno Rui Lopes, che giocava con un giocatore, al quale solamente un pedone dava per avantaggio, nel qual gioco molti signori erano presenti, & spettatori, furno eglino come forastieri molto honorati, e richiesto loro dicessero, se fussero giocatori: fu loro da Leonardo risposto di sì, e per giocare erano venuti s'havessero ritrovati loro uguali; a questo dire alzò gli occhi il Lopes, e vedendo ch'erano Italiani si rallegrò molto, credendo con essi loro fare qualche guadagno, per lo che disse loro, che s'alcuno d'essi volesse con lui giocare, che volentieri giocarebbe; conobbe il detto Leonardo il Lopes: onde li disse, che con esso lui giocarebbe al pari, e giocar de cinquanta scudi il gioco: surse un mormorio tra quelli Signori per le parole di Leonardo, altri tenendolo per sciocco, & altri per huomo di sapere; poiché per essere forastiero, se non si sentisse tale, non venirebbe a simile contesa, contentossi il compagno del Lopes lasciare il gioco per vedere la battaglia: laonde postosi Leonardo nel loco dove colui stava, acconci i Scacchi, il primo tratto toccò a sorte al buon Leonardo. Stavano tutti quelli Signori a vedere se 'l valore dell'Italiano fusse tale, quale egli si diceva: e vedendo, che avantaggio alcuno nel gioco non vi era, e che al primo gioco fu patto, caddè egli in maggior stima in mente di quelli Signori, il quale continuando il gioco, non volse Leonardo per quel giorno vincere: al seguente giorno restò egli vincitore in un gioco, & appontossi per l'altra giornata. Divolgossi la fama per la Corte: onde molti Signori più dell'ordinario vi vennero: per lo che molti traversavano all'ingrosso, altri in favore del Leonardo, & altri del Lopes; tra mentre il Rodriquez, e 'l Rosces non mancarno fare il debito loro con altri giocatori; Leonardo in tanto giocando, non volse egli restare vincitore, che in un gioco, non volendo mostrarsi a fatto quanto sapeva, riserbandolo ad altra occasione”.

La sua fama si sparse rapidamente e fu sfidato dall’altro grande giocatore madrileno chiamato Girone, che Leonardo sconfisse ripetutamente. Quanto accadeva nella “conversatione” degli scacchi fu riferito al Re, che era un accanito giocatore.

“Filippo Secondo non potendo credere, che il Lopes fusse rimasto perditore, volse vederli giocare; & essendo loro stabilito il giorno, fu il Lopes da un Grande di Spagna condotto avanti Sua Maestà, e Leonardo dal Conte Crancioni, e fatte le debite riverenze al Re, comandò se levassero, e che all'impiedi giocassero sopra un buffetto, che così richiedeva il gioco; fu loro stabilito, che colui, che guadagnava ne' giochi prima del compagno, guadagnasse mille scudi, giocando dunque Leonardo volontariamente perdé tre giochi: per lo che tenne l'Italiano per non buono giocatore, e volse il Re partirsi: ma Leonardo accorto di questo si buttò avanti i suoi piedi, e disseli, Sacra Maestà prego non si parta: perché quello, c'ho fatto, è stato ad arte; acciò si veda il mio sapere chiaro; vederà Vostra Maestà altri tre giochi, ch'io guadagnerò senza molto sforzo, e lo dico così fermo, che ciò non fusse, facciami perdere la vita; e sappia Vostra Maestà, che se non per altro sono venuto costì, che per far vendetta dell'ingiuria, che mi fe' il Lopes in Roma l'anni passati, vencendomi dal pari, arrestò il Re al parlare dell'Italiano: per lo che si dispose vedere il fine del tutto, come già in effetto vidde; del che il Re stimò assai più l'Italiano, e li restò affettionato, dandoli li mille scudi, & una salamandra di molte gioie ornata, & una pelliccia sua di gebellino: dicendoli, che demandasse che pretendeva da lui, ringratiò Leonardo sommamente Sua Maestà di tanti favori, ne altro li chiese, che fusse la sua patria essente da pagamenti fiscali per quelli anni, che sua Maestà comandava; il che ottenne per vent'anni”. Secondo il Barrio, Leonardo chiese altresì che Cutro fosse dichiarata città regia: “Philippo Hispan. Rege in gratiam Joannis Leonardi Bona in ludo latrunculorum in civitatem erectum, ut apud incolas fama est”, scrive il Barrio.

La richiesta di Leonardo coronava un sogno dei suoi concittadini, i quali nel 1512 si erano ribellati all'infeudamento della loro città al conte Andrea Caraffa, in una cruenta insurrezione che aveva interessato Santa Severina, Policastro e altre universitas fino a Cirò. Fu un atto di grande generosità verso la sua patria, che tuttavia durò poco, poiché Cutro ricadde ben presto sotto il giogo feudale.

“Nel 1570 formava parte dello Stato di Giovanni Andrea Caraffa, conte di Sanseverina, in oggi però si possiede dalla famiglia Filomarini de' principi della Rocca”, si legge nel Giustiniani, stampato nel 1802.

Spinto dalle notizie che si andavano diffondendo, Paolo Bove si recò a Madrid per sfidare Leonardo. Dopo molte partite alla fine Leonardo risultò vincitore, ed ancora una volta Paolo non riuscì ad ottenere la rivincita perché il servitore di Leonardo gli recò la notizia della improvvisa morte della sua promessa sposa. Per il dolore, egli lascia Madrid e si reca a Lisbona, dove dopo qualche tempo viene sfidato dal Moro, che si considerava il miglior giocatore di scacchi del mondo. La sfida ebbe luogo davanti al re lusitano Don Sebastiano.

“Lui Leonardo mostrò il suo valore vincendo al Moro diversi giochi: il che al Re recò molto contento per la superba natura del Moro, che tutti i giocatori disprezzava, stimandosi non haver pari. Volse al seguente di vederli di nuovo, e restando similmente vincitore il buon Leonardo, il Re li donò molte cose pretiose per premio, e lo chiamò Cavaliero Errante: perché a guisa delli antichi Cavalieri vinceva i suoi rivali, & che i superbi humiliava”.

Tornato a Madrid “essendosi ivi il buon Paolo, subito si posero a giocare, erano ivi i più famosi giocatori di Spagna, & anco d'Italia, & molti Signori Spagnuoli, durò detta battaglia tre giorni continui, interpellatamente, solo la notte interponendosi: ne mai niuno restò vincitore: all'ultimo giorno restò Paolo perditore; il che o fusse stato per disordine fatto da Paolo, o per altra indispositione; li causò tale cordoglio, che 'l giorno seguente senza dir nulla a niuno, si partì per disperato alla volta d'Italia”.

“Restò dopo Leonardo in Napoli per agente del Signor Principe di Bisignano: dove di nuovo che Paolo Bove ritornò dalla servitù d'Algieri s'azzufforno avanti il Duca d'Ossuna all'hora Viceré in Napoli, & restorno di pari estima; partissi dopo Leonardo per Cutri sua Patria, & all'età di 45 anni di sua vita nella Corte del Signor Principe di Bisignano in Calabria, morì avvelenato per invidia”.